venerdì 11 marzo 2011

Bullismo, cosa ho capito dopo averne sentito parlare...



Se si andasse a cercare su internet, anzi, su wikipedia, quello che troveremo scritto nelle prime frasi sarà: «il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico. In particolare con il termine bullismo si intende riunire aggressori e vittime in un'unica categoria». Sicuramente è una frase piuttosto articolata, io sicuramente dire che il bullismo è una forma di prepotenza fatta da una persona verso un’altra, alla fine il significato è lo stesso… Purtroppo quello che ho capito dall’intervento che hanno fatto il vicequestore e due ispettori, è che il bullismo c’è sempre stato, c’è e ci sarà sempre. Per quanti sforzi si possano fare, ci sarà sempre qualcuno che si vorrà innalzare sugli altri e non per fare qualcosa di giusto. Per farci capire di cosa parlavano ci hanno raccontato dei fatti che sono realmente successi e che mi hanno fatto tornare in mente degli episodi di alcuni telefilm in cui si parlava di questo argomento. Un racconto è stato quello dei panini: dei ragazzi più grandi “facevano le loro ordinazioni” ai ragazzi di prima aspettandosi così la merenda per il giorno dopo. Per fermarli, un ragazzo che aveva assistito a questa scena, andò dalla preside, a denunciare il fatto, che subito prese provvedimenti. Questo fatto mi ha ricordato, come ho già detto, un telefilm, lì il ragazzino che doveva portare il pranzo ai bulletti di turno continuava a stare zitto finché la sorella non riuscì a capire e insieme a degli amici non lo fece ragionare. A quel punto il ragazzino si ribellò. Certo, non denunciò il fatto ma fece dei panini che fecero sputare fuoco ai bulletti che non provarono più a fare niente di simile. Questo, così come l’intervento del vicequestore (forse meglio quest’ultimo), mi hanno fatto capire che se mai vedessi succedere una cosa del genere, mi capitasse a me o mi venisse voce, non dovrò stare ferma ad assistere, no, dovrò reagire, far reagire e soprattutto dirlo alla preside, ai genitori, ai poliziotti… dobbiamo considerarli tutti come amici, specie in queste situazioni. Questi problemi vanno affrontati insieme. Solo con l’unità potremmo liberarcene, anche se non del tutto, purtroppo.
 
 


                                                                                                                                 Rebecca Marcolini, 
                                                                                                                                            Classe I A

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